Il titolo di questo libro è leggermente provocatorio: come sarebbe a dire, i “fondamenti teoretici” della crisi? Forse che quello che molti chiamano “crisi” ha addirittura dei “fondamenti teoretici”? Vale a dire, che sarebbe stato espressamente teorizzato da qualcuno?

La crisi della borsa americana provocata dal fallimento Lehman Brothers del settembre 2008 è ormai passata da tempo: dopo alcuni mesi di calo e di disorientamento, le borse di tutto il mondo hanno ripreso i loro normali andamenti, più o meno altalenanti.

Perché mai allora nel mondo occidentale, nonostante lo sviluppo tecnologico del nostro tempo, al di là di momentanei segnali, o forse speranze, di “ripresa”, continuano a calare di anno in anno il tenore di vita e le condizioni di lavoro di operai, impiegati, pubblici funzionari, artigiani, commercianti, professionisti, imprenditori piccoli, medi, ma anche medio grandi: il 99% della popolazione? E non è uno slogan: si tratta davvero, come si vedrà, del 99%.

In Italia tutte le attività diventano a poco a poco sempre più impegnative e meno remunerative, si allunga l’età pensionabile, si riduce la durata dell’indennità di mobilità, si mettono a poco a poco in dubbio le risorse per le casse integrazioni e per sanità, scuola e pensioni, si prevede, salvo ripensamenti, l’aumento dell’Iva per tre anni consecutivi, si demoliscono un passo dopo l’altro tutte le tutele in materia di lavoro, faticosamente costruite nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale; al punto che, più che di jobs act, sarebbe più appropriato parlare di job wrecked, ossia di lavoro distrutto, fatto a pezzi; si ipotizzano persino ipotesi di lavoro subordinato prestato gratuitamente. Si tratta di fattori che non si riflettono solo sull’attività dei pochi addetti ai lavori di alcuni settori, ma sulla vita quotidiana di milioni di persone: sulla struttura della società del nostro tempo.

In Grecia tra il 2013 e il 2015 era stata addirittura chiusa anche la televisione pubblica, nell’ambito di un piano di privatizzazioni imposto dai paesi creditori internazionali, lasciando in tal modo il monopolio dell’informazione in mano di quei soli privati che se lo possono permettere.

Economia fuori controllo dunque, o disegno preciso?

Ma quale sarebbe il progetto? Chi lo avrebbe tracciato? E chi ne tira le fila? Quale sarebbe il reale programma politico, non limitato a questo o a quel partito o uomo politico, che hanno incominciato a mettere in pratica in questi anni alcuni governi dei paesi occidentali, in Europa come in America? E come scoprirne le carte?

Per poter dare risposta a domande di questo genere non basta limitarsi alle analisi degli economisti. Il problema è filosofico, prima ancora che economico, e affonda le sue radici nella filosofia del XX secolo. Occorre dunque esaminare dove sia finita nel XX secolo la filosofia, e in particolare la filosofia della politica.

Ben pochi oggi hanno conoscenza diretta degli scritti di autori come Nietzsche, Russell, Heidegger o Wittgenstein. E quasi nessuno del tutto conosce, e ancor meno ha letto, gli scritti di autori come Gadamer, Popper, Jonas, Rawls o Chomsky, oppure, in ambito cattolico, il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, papa Francesco, o il card. Martini.

Più in generale, Kant, aprendo le porte del pensiero moderno, dopo aver distrutto la metafisica, senza volerlo ha finito per distruggere anche l’etica. Già prima di lui sia la metafisica, sia l’etica, erano state maltrattate e messe in dubbio, soprattutto a partire da Cartesio e da Hume. Ma Kant, una volta distrutta la metafisica, non ha tratto le conseguenze dei propri presupposti teoretici anche nel campo di quella che chiamava filosofia dei costumi, o in campo pratico, e ha tentato di costruire l’etica alternativa dell’imperativo categorico. Il tentativo però non ha retto, e d’altra parte non era neanche coerente con i fondamenti teoretici con cui Kant aveva distrutto la metafisica; nello stesso tempo, in campo estetico egli ha aperto le porte al più radicale soggettivismo. Così, sia pure senza volerlo, ha finito per distruggere anche l’etica, che da allora non si è ripresa.

Di questo vizio del pensiero moderno facciamo ancora oggi le spese, poiché da allora la riflessione filosofica in campo etico non ha ritrovato un fondamento e una coerenza razionale ed è rimasta abbandonata all’istinto di ciascuno: in quello che è stato denominato in vario modo come nichilismo, soggettivismo o relativismo etico, comunque lo si preferisca qualificare, da un lato; oppure, all’opposto, in forme di dogmatismo etico, o in un ambito religioso non supportato da un fondamento razionale alternativo rispetto a quello tradizionale.

Sarebbe dunque importante esaminare approfonditamente Kant e la distruzione dell’etica, ossia il nichilismo e i fondamenti etici, o piuttosto la mancanza di fondamenti etici, della “crisi”, ossia il terreno sul quale hanno potuto attecchire teorie come quelle che si esamineranno in questo libro.

Una tale ricerca però richiederebbe una trattazione apposita, perché porterebbe fuori tema rispetto allo scopo di questo libro, che è quello più circoscritto di evidenziare i fondamenti teoretici della “crisi” che in questi anni sta devastando i paesi occidentali e il resto del mondo.

Questo libro invece non è un libro di filosofia dei costumi, detta anche etica, o esame del comportamento umano, e di critica del nichilismo, soggettivismo, o relativismo etico, comunque lo si preferisca qualificare.

Questo è un libro di filosofia della politica. E di critica di quelle concezioni del denaro e della società che sottostanno alla legislazione di alcuni paesi occidentali negli ultimi decenni, pur senza essere divulgate e citate espressamente, che si possono riassumere sotto il nome di liberismo.

In altri termini, la sfida intellettuale di questo libro non starà nella trattazione del nichilismo, ma nell’analisi e confutazione filosofica del liberismo.

Partendo dalle analisi di ciò che sta accadendo di alcuni dei più grandi economisti viventi, si andranno dunque a ricercare i fondamenti teoretici e filosofici di quella che tutti, o quasi, ormai chiamano “crisi”, attraverso l’esame degli scritti di sette figure che hanno lasciato o stanno lasciando, nel bene e nel male, la loro impronta nella storia del nostro tempo.

In particolare, mentre molti amano ripetere acriticamente il ritornello secondo il quale “il mondo è cambiato”, ma nello stesso tempo nessuno sa rispondere se non in maniera vaga e generica alla domanda “e cos’è che sarebbe cambiato?”, anche di quello che sta accadendo in questi anni nel mondo occidentale si devono ricercare i fondamenti teoretici nel pensiero filosofico, e nella cultura di lingua tedesca in particolare. Il problema non è che sia cambiato il mondo, ma che si sta cercando di cambiarlo, e in una direzione precisa.

E come nella cultura di lingua tedesca sono nati geni della levatura immortale di Kant, Popper, Mozart, Beethoven o Einstein, che tanto hanno contribuito al progresso morale e spirituale dell’umanità, ma è anche venuta una figura come Hitler, così nella cultura e nella filosofia di lingua tedesca occorre ricercare i fondamenti teoretici di quello che sta incominciando ad accadere in questi anni, comunemente noto come “crisi”.

Vi si trova infatti l’elaborazione sistematica già di tutti i sofismi che oggi si sentono propagandare, anche se a pezzetti, e in enunciazioni mai formulate né in modo del tutto aperto, né sistematico, da quell’1%, o forse quello 0,1%, cioè l’1 per mille, della società che ha tutta la convenienza nel vederli applicati.

E’ giunta dunque l’ora di aprire gli occhi al 99%, e di gettare luce sui contenuti e sull’impianto teoretico del programma politico liberista, smascherando ed esaminando senza pietà nella loro tenuta razionale, ossia sul piano dell’analisi argomentativa, quali sarebbero i fondamenti filosofici, o pseudofilosofici, su cui si fondano molti ragionamenti apparentemente isolati che ai nostri giorni si sentono recepire e ripetere acriticamente e pressoché quotidianamente da politici, giornalisti e operatori universitari anche illustri, mentre in realtà fanno parte di una precisa visione di fondo dell’uomo e della società.

Di verificare se e quanto tali ragionamenti reggano a un serio esame argomentativo, o quanti sofismi invece contengano, e quanto dunque si possano e si debbano confutare, verificando se anche molti intellettuali non stiano invece contribuendo, magari senza neanche rendersene conto, a scavarsi la fossa con le proprie stesse mani: si vedono anche illustri intellettuali sedotti da alcuni aspetti del liberismo, ma che non ne conoscono, e forse neanche ne immaginano, l’impianto teoretico completo, e immaginano una improbabile possibilità di conciliare liberismo e istanze di altro tipo; o illustri intellettuali anche di formazione marxista che aderiscono, senza neanche rendersene conto, ad alcune delle tesi redistributive del liberismo. Intellettuali, svegliatevi dunque! Fatevi calare la benda dagli occhi.

E soprattutto, è giunta l’ora di verificare se ciò che sta accadendo, più che a un’economia fuori controllo, corrisponda invece a un disegno preciso, che sta incominciando a prender forma. Ed è questa la tesi proposta in questo libro.

Eppure dall’analisi argomentativa che segue risulterà che tale impianto di pensiero mostra un’estrema fragilità filosofica. E probabilmente anche molti che in buona fede fino ad oggi stanno sostenendo tesi del liberismo, una volta esaminatone l’intero impianto teoretico saranno pronti ad affermare di non aver mai voluto sostenere tutto ciò. Ma una severa analisi argomentativa del liberismo costituisce la più grande urgenza filosofica del nostro tempo, data l’influenza nefasta che questo sistema di pensiero sta esercitando occultamente sulla vita quotidiana del 99%, o forse del 99,9%, della popolazione, anche nei paesi occidentali: anzi, proprio a partire da essi.

Questo libro è dedicato dunque al 99%: a quel 99% e oltre che, come l’autore di questo libro, non sta né a destra né a sinistra, ma dappertutto. Quel 99% che, in un modo o nell’altro, in questi anni vede pregiudicati a poco a poco il proprio tenore di vita e le proprie condizioni di lavoro. E quel 99% con cui anche i componenti del restante 1% sono liberi di allearsi e solidarizzare, in qualsiasi momento, se solo ne condividono i valori. E anche se è dedicato al 99%, e anche più, della società, questo libro sviluppa un ragionamento filosofico e non politico, perché non si identifica con nessuna delle posizioni portate avanti in concreto dai partiti politici attualmente presenti nella maggior parte dei paesi occidentali.

L’autore non proviene da una formazione culturale marxista, ma cattolica, anche se in forma “non radicale”: dunque le conclusioni cui si perviene in questo libro non sono tratte a partire dai presupposti dell’analisi marxista, ma da altri punti di vista.

L’autore viene inoltre da un’esperienza professionale di avvocato giuslavorista indipendente, che lo pone in contatto con tutta quanta la società: dall’operaio di qualifica più bassa, al dirigente di multinazionale, all’imprenditore piccolo, medio e anche grande. E tutta la società, o almeno il 99% di essa, è oggi investita da ciò che sta accadendo.

Nonostante la discreta mole del libro che segue, non ci si dilungherà in ampie dissertazioni, ma si esamineranno e raffronteranno alcuni passi cruciali di 16 libri e di altri autori e se ne daranno dei commenti il più possibile concisi e stringati, nella consapevolezza che ai nostri giorni non vi è molto tempo a disposizione per comunicare ad altri il pensiero e le idee.

La prima parte avrà ad oggetto l’analisi degli economisti. In particolare, i tre capitoli che la compongono avranno ad oggetto l’analisi di ciò che sta accadendo, con la guida degli scritti di tre dei maggiori economisti viventi: Thomas Piketty (n.1971) e i premi Nobel Paul Krugman (n.1953) e Joseph Stiglitz (n.1943). Come si vedrà, è già stato tutto scritto: si tratta solo di saperlo andare a trovare. Mettendo insieme gli scritti di questi tre autori si forma una visione sin troppo chiara del puzzle degli effetti che si stanno producendo in questi anni. E il quadro che ne risulta è assai peggiore di quanto ciascuno avrebbe potuto immaginare con le sue sole forze.

La seconda parte, dopo l’esame degli effetti che si stanno producendo, avrà ad oggetto l’analisi filosofica.

Il quarto e quinto capitolo saranno dunque dedicati alle opere cruciali dei due profeti che hanno annunciato al mondo i dogmi del liberismo e la religione del dio mercato, figlio del dio denaro: Friedrich August von Hayek (1899-1992) e Ludwig von Mises (1881-1973). Nell’analisi di questi autori si seguirà un modo di procedere a ritroso rispetto all’ordine di pubblicazione dei loro libri, che, nel loro caso, permette di cogliere meglio le implicazioni delle prime opere dopo aver esaminato quelle cui pervengono nelle opere successive. Per smontare i sofismi contenuti nei loro scritti occorre una certa padronanza sia della filosofia, sia del diritto, ma si cercherà di condurre l’analisi nel modo più semplice e comprensibile a tutti, tranne ovviamente a chi non vorrà comprendere.

Il sesto capitolo avrà ad oggetto Hitler (1889-1945) e le analogie, sorprendenti ma inquietanti, dell’impianto teoretico di Hayek e Mises con quanto è accaduto in Germania per oltre vent’anni sino al 1945: pur nell’assenza, ovviamente, dei crimini efferati del nazismo, l’esame risulterà abbastanza preoccupante, a causa dell’identità di troppi presupposti di fondo tra liberismo e nazismo.

Per finire, il settimo capitolo conterrà una nota sui rapporti tra il filosofo Karl Popper (1902-1994) e il liberismo.

Se uno ha la pazienza di leggere attentamente i sette capitoli di questo libro, ne esce un quadro agghiacciante della realtà del nostro tempo. La mia conclusione è che l’umanità negli ultimi 300 anni ha fatto tanta strada. Ma che ancora altrettanta ne ha da fare.